Consapevolezza ed empatia

Credo che se cercassi il termine che appare più frequentemente negli articoli di questa rubrica vi troverei senz’altro la parola “consapevolezza”. Ormai certi termini (come ad esempio naturale, ecologico, sano, ecc.) stanno diventando così utilizzati che hanno perso l’antico valore iniziale e sono entrati nel grande calderone della New Age. Sicuramente esiste una consapevolezza superficiale più diffusa, ma la capacità di comprendere, metabolizzare e risolvere i nostri vissuti è ancora molto lontana o forse insabbiata dalle rapide spiegazioni-ricette, spesso forniteci dalle varie discipline naturali a cui attingiamo. È sicuramente lodevole il tentativo di affidarsi a cure più complete e olistiche, per usare un altro termine molto in voga al momento, piuttosto che puntare su quelle fornite da uno scientismo ottuso. L’importante è non rimanere all’interno di questa scatola alternativa e delle risposte che ci può dare, altrimenti cadiamo nello stesso gioco della scatola ufficiale, solo che invece che classificarci come malati veniamo classificati come portatori di qualche distonia energetica, di un vissuto familiare specifico o semplicemente come vittime dello stress. Il risultato non cambia perché la soluzione è altrettanto rapida: invece della medicina trova posto un integratore, un’erba o un rimedio vibrazionale. Certamente sono aiuti importanti; lo diventano maggiormente se non deleghiamo a questi il nostro benessere o la nostra salute, ma se li utilizziamo per farci trasportare, come salendo su un mezzo più veloce, verso un maggiore ascolto di noi. Purtroppo anche nel naturale stiamo diventando tutti uguali, tutti figli dello stress o di genitori problematici allo stesso modo, quando invece ognuno di noi rielabora le stesse condizioni in modo diverso, motivo per il quale la cura è sempre individualizzata e legata all’ascolto della persona.

Ripensavo ad un’installazione (“A mile in my shoes”) del museo dell’empatia a Londra lungo il Tamigi: si tratta di un’iniziativa in cui i passanti possono scegliere un paio di scarpe e, tramite una cuffia, ascoltare la storia del proprietario e avvicinarsi al suo vissuto. Le tracce audio e l’immagine del paio di scarpe si possono ascoltare e vedere anche sul sito internet del museo (www.empathymuseum.com). Nobile l’intento di spingerci ad identificarci con gli altri in un’era di crescente individualismo; l’empatia è infatti l’arte di mettersi nei panni di qualcun altro e di vedere il mondo attraverso i suoi occhi. Sicuramente le capacità empatiche dell’uomo sono crollate vertiginosamente nel mondo moderno tradizionale, ma in quello new age si sono travestite di un abito di finta comprensione che non permette di andare oltre le apparenze o le classificazioni. Così mentre racconto un evento forte che mi è successo, se da un lato non trovo ascolto, dall’altro trovo un ascolto parziale atto a mostrarmi le abilità di counselor dell’interlocutore (ormai lo sono tutti) che freddamente mi risponde “certo che ti è successo, è perché avevi bisogno di questo in questo momento” oppure “sì dovevi tirare fuori quell’emozione” oppure in preda ad una sindrome di Pollyanna diffusa “Bene! Chissà cosa ti porterà di fantastico questa disgrazia” o dopo una rapida sfogliata mentale all’enciclopedia dell’origine emozionale del disturbo “Ginocchia’! Uhm…sei stata poco elastica ultimamente!”. Un nervoso mi sale dal profondo.

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Ultima modifica ilDomenica, 07 Agosto 2016 17:54

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